domenica, 29 marzo 2009

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Perchè non provarlo prima o poi?

postato da: VictorEvelyn alle ore 15:10 | link | commenti | commenti
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giovedì, 12 febbraio 2009

Il mistero del Dio degli uomini

Si potrebbe dire: “Dio l'ha consegnata al suo boia”. Ecco che così abbiamo riscritto la legge divina e la pietà umana. Un padre è diventato assassino e per la prima volta Dio ha sbagliato. Ha lasciato che la lasciassero morire di fame e di sete. Si, esatto; Dio ha sbagliato. Perché la voce di Dio parla sempre attraverso la voce dell'uomo. La volontà di Dio agisce sempre attraverso l'uomo che si proclama guidato da Dio, e Dio aveva detto che l'avrebbe fermato, quell'assassino. Ma non l'ha fatto. Dio si è reso colpevole della morte di un'innocente che non meritava di morire. Ed ecco che ancora una volta la forza mistificatrice del potere ha avuto la meglio. O più precisamente, ha avuto anche ciò che non si aspettava, e cioè la conferma che Dio può anche non mantenere le sue promesse. O forse non è andata esattamente così. Forse non Dio ma il Dio degli uomini ha fallito; il Dio creato a immagine e somiglianza dell'uomo, affinché lui se ne compiacesse. Forse è stato il Dio degli uomini a fare il passo falso, forse è stato lui a credere di poter ingannare se stesso e Dio, e con Dio gli uomini. Ora forse si svela il mistero. Non Dio, ma il Dio degli uomini si è dimostrato meschino e gretto, ed è stato proprio lui a consegnare la vittima al boia sanguinario. E Dio? Dio guardava e lasciava che gli uomini si uccidessero tra gli uomini. Lasciava che gli uomini decidessero della vita e della morte, della verità e della menzogna. Che faceva Dio? Stava lì, a braccia conserte, a guardare un uomo morire a causa di un uomo che voleva la sua morte. E l'assassino? L'assassino era insospettabile eppure tutti sapevano che avrebbe ucciso, non appena fosse stato possibile. Egli stesso ha dichiarato la volontà di compiere quell'insensato omicidio. Ha espresso davanti al mondo di voler uccidere un uomo, sangue del suo sangue, di strapparlo alla vita a cui affannosamente cercava di aggrapparsi rinchiudendolo nel tormento della fame e della sete. Sì, deve essere andata così. Dio guardava, ed ha lasciato che l'assassino uccidesse la carne della sua carne mentre disobbediva alle leggi del Dio degli uomini. Ma forse non è andata nemmeno così. Forse Dio ha fatto sì che il Dio degli uomini restasse impotente di fronte alla sua gloria. Forse ha fatto sì che  i comandamenti del Dio degli uomini rimanessero inascoltati. Forse Dio ha liberato gli uomini dalle assurde leggi del Dio degli uomini e ha dimostrato che nessuno è più potente di Dio. Ma era davvero necessaria quella morte per dimostrare l'onnipotenza divina? Forse che Dio è un egoista? Forse che non si accontenta delle vite che già sono state spezzate in nome della sua gloria? O forse no? Forse l'assassino non era malvagio e l'omicidio era la più alta espressione della pietà umana. Allora forse Dio ha fermato il Dio degli uomini prima che egli potesse impedire che un assassino diventasse un padre che ama la propria figlia e che un omicidio diventasse un atto d'amore. Ma come può Dio permettere che un padre uccida sua figlia e che uccida per amore? Non è possibile rispondere a questa domanda; per farlo, bisognerebbe partecipare del mistero di Dio, e per fortuna noi uomini non possiamo. Solo una cosa è per noi certa: ancora una volta il Dio degli uomini ha mostrato il suo vero volto.
postato da: VictorEvelyn alle ore 00:22 | link | commenti (1) | commenti (1)
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mercoledì, 11 febbraio 2009

Costituzione filosovietica?

Ecco cosa pensavano i comunisti cinesi della nostra costituzione:

"Non neghiamo che l'attuale Costituzione italiana contenga certe frasi altisonanti; ma come può un marxista-leninista prendere per realtà queste frasi altisonanti scritte in una costituzione borghese? (...) La sua natura di classe è più chiaramente rappresentata dall'articolo 42(*), il quale prevede che la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge. Tenendo presente la realtà dell'Italia, questo articolo garantisce la proprietà privata della borghesia monopolistica. In virtù di questa clausola, la costituzione soddisfa le esigenze dei capitalisti monopolistici, poichè la loro proprietà privata è resa sacra ed inviolabile. Cercare di nascondere la vera natura della Costituzione italiana e parlarne in termini superlativi è solo ingannare se stessi e gli altri."


Da "Le divergenze tra il compagno Togliatti e noi" Casa editrice in lingue straniere, Pechino 1963, pp. 3-4


(*) Art. 42        La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.

La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.

La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d'interesse generale.

La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.

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domenica, 08 febbraio 2009

Considerazioni sulla verità

La verità esiste? E se esiste qual'è? Questa domanda tormenta filosofi, pensatori e scienziati da secoli ma stasera sono pervenuto ad una conclusione. Non può non esistere. E' ovvio che  non è presupponibile la sua piena comprensibilità, ma ciò non esclude il fatto della sua esistenza. Convenzionalmente si dice vero ciò che è reale, quindi se io dico che è vero che i pianeti del sistema solare sono nove vuol dire che il fatto che siano nove sia un fatto reale, parimenti se dico che gli asini non volano vuol dire che è un fatto reale che gli asini non volino, e se dico che non è vero che gli asini volano vuol dire che non è reale che gli asini volino. Quindi, affermare un qualsiasi criterio di verità significa conferire o no realtà ad un qualsiasi oggetto indagato. La verità non può prescindere dall'essere reale. Si può d'altronde osservare che esistono verità particolari, quali quelle sensibili, quindi il reale può essere in molteplici forme anche tra loro contraddittorie, ma qua rispondo che in ogni caso deve essere presupposto un terzo essere non contraddittorio che le contenga entrambe, così come non è possibile pensare il polo positivo e il polo negativo negando l'esistenza del magnete; il magnete sarà di conseguenza il vero "reale" anche se non direttamente percepibile con i sensi. A questo punto può sorgere spontanea un'obiezione: è davvero necessario presupporre questo ulteriore grado di essere reale? Rispondo che, no, non è necessario, in quanto è soltanto una possibile interpretazione dell'esistenza della verità come essere reale. Sono possibili altre interpretazioni che comunque pervengono all'affermazione dell'esistenza della verità. Se interpretiamo la verità come fuori da noi, vuol dire che la riponiamo nell'oggetto indagato dai sensi, e qui si aprono due strade:  o noi crediamo che la verità è quella immediatamente percepita dai sensi (ma questa interpretazione mi pare inverosimile in quanto è stato dimostrato che i sensi possono essere parecchio fallaci), oppure che è essa si trovi ad un livello di realtà al di là dei sensi, immanente nelle cose. Ovviamente anche questo punto può essere contraddetto, dicendo che non è obbligatorio che esista qualcosa al di là del fenomeno, in quanto tutto ciò che è percepito può anche essere vero non "in sè" ma per noi, quindi soltanto per il soggetto che percepisce. In questo caso è però obbligatorio affermare l'inequivocabile esistenza del soggetto, la quale si configura come ulteriore interpretazione del concetto di verità, per cui vale la relazione soggetto = verità (reale). Ma ci si chederà a questo punto, e se si eliminasse il soggetto? A questa domanda è possibile rispondere in questo modo: se io elimino il soggetto vuol dire che esso è un oggetto non eterno, in quanto, se fosse eterno, non potrebbe venir soppresso o eliminato. E anche se si limitasse ad essere privo di inizio ma non di fine (come una semiretta) non potrebbe sparire senza una qualche causa in quanto o deciderebbe da solo di sparire, oppure sarebbe soggetto a qualche autorità superiore che gli imponga di cessare di esistere: nel primo caso il soggetto sarebbe direttamente l'ente sommo (chiamato Dio dalla religione cristiana) il quale ha creato il mondo in quanto esso esiste soltanto attraverso di lui, e decidendo di cessare la sua esistenza decreterebbe l'apocalisse del mondo da lui creato; nel secondo caso sarebbe presente un essere al di là del soggetto il quale lo ha creato e che quindi può decidere sulla sua esistenza, tale essere (che è sempre chiamato Dio) dunque sarebbe l'essere "vero" in quanto sicuramente reale e indipendente dal mondo al di fuori di lui; in tutti questi casi l'esistenza di un reale = vero è stata sempre dimostrata.
Ben più difficile è stabilire quale sia questa verita "reale". La risposta a tale domanda provoca parecchie contraddizioni in quanto non può esistere una risposta unicamente dimostrabile. La dimostrazione all'attuale impossibilità di rispondere a questa domanda potrebbe essere la seguente: abbiamo detto che noi o concepiamo il mondo come al di fuori di noi o come una nostra conseguenza. In entrambi i casi poniamo un concetto di verità che può risiedere o nel fenomeno o nel soggetto o in un essere trascendente. Tutte queste possibilità sono accettabili e non è possibile escluderne qualcuna in quanto la possibilità appena affermata potrebbe essere allo stesso modo contraddetta dalla precedente. Ad esempio, se io dico che la realtà è una mia conseguenza, non sarebbe sbagliato ammettere che esistano tante realtà quante siano i soggetti dotati di sensibilità, ma da questa conclusione si può argomentare che la proposizione "cio è che è vero per me non lo è per gli altri" dimostra anzi che è possibile ogni tipo di realtà in quanto ciò che "non è" è tale in quanto opposto a qualcosa che "è"; così se io dico che questo non è un cerchio, significa che nella mia mente esiste l'idea di cerchio e che la preposizione "questo non è un cerchio" afferma l'esistenza stessa del cerchio. Allo stesso modo dire che "la realtà da me percepita non è quella che percepiscono gli altri" equivale a dire non è possibile che quella degli altri non esista, perchè, se fosse così, non potrei dire che la mia realtà sia diversa dalla loro, in quanto non è possibile pensare il non-essere come qualcosa di positivo, ma solo (come ci ha insegnato Platone) come differenza. A questo punto si pone lo stesso problema di prima: se gli altri soggetti non esistono indipendentemente dal soggetto che crea il mondo, non esisterà nemmeno la loro realtà, dunque o esso sarebbe l'unico creatore del mondo, oppure esso sarebbe l'unica creatura creata dall'ente sommo, che solo dopo essere stata creata ha potuto creare il mondo. Se gli altri soggetti indipendenti dal soggetto creatore esistono non è possibile che tutti i soggetti siano dei creatori di mondi in quanto nella loro creazione il soggetto creatore sarebbe soltanto una creazione, e nella sua gli altri soggetti sarebbero soltanto una creazione, mentre nella loro essi sono creatori e nella sua lo è a sua volta. Dunque esistono più sè e più loro, quindi ciò che il soggetto creatore vede esiste in diverse forme d'essere. Ora, se esistono più sè e più loro vuol dire che la creazione degli altri soggetti creatori non dipende dal singolo soggetto creatore, in quanto se il mondo è soltanto una sua conseguenza loro non possono essere creatori, quindi vuol dire che i vari creatori sono stati creati a loro volta, e ciò che li ha creati è l'ente sommo. Quindi o esiste la verità come mondo del fenomeno, quindi non ci sono creatori; o esiste solo nel soggetto, quindi il mondo attorno a me non esiste se non con il soggetto creatore; o esiste un essere che trascende il soggetto e l'oggetto e si configura come ente sommo. Come abbiamo visto anche partendo dall'affermazione che la realtà è vera in quanto è vero il soggetto si perviene alle stesse conclusioni che si ottengono partendo dalla realtà vera intesa come fenomeno. Questo dimostra che le varie interpretazioni di verità non si escludono a vicenda.

In conclusione, non è possibile pensare la non esistenza di una qualche verità universale. Ciò giustifica la stessa ricerca filosofica il cui compito sarà quello di individuarla.
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domenica, 01 febbraio 2009

Volgare e sterile cultura! Quanto male arrechi, e quanto ne arrecherai alle giovani generazioni! Spegni le loro menti con fiumi di parole, insegnandogli soltanto a riversare sul loro cuore nozioni su nozioni. A questo punto meglio una vita senza cultura che non una cultura senza la benchè minima traccia di vita.

postato da: VictorEvelyn alle ore 18:00 | link | commenti | commenti
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sabato, 10 gennaio 2009

Domani, poi domani, poi domani: così, da un giorno all'altro, a piccoli passi, ogni domani striscia via fino all'ultima sillaba del tempo prescritto; e tutti i nostri ieri hanno rischiarato, a degli stolti, la via che conduce alla polvere della morte. Spengiti, spengiti, breve candela! La vita non è che un'ombra che cammina, un povero commediante che si pavoneggia e si agita, sulla scena del mondo, per la sua ora, e poi non se ne parla più; una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla.

W.Shakespeare, Macbeth. Atto V, scena quinta.

postato da: VictorEvelyn alle ore 01:34 | link | commenti | commenti
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sabato, 03 gennaio 2009

"Forse che la nostra ricerca ha come fine la tranquillità, la pace, la felicità? No, noi cerchiamo solo la verità, anche la più terribile e repellente... Qui si dividono le vie degli uomini: se vuoi la pace dell'anima e la felicità, credi; se vuoi essere un seguace della verità, cerca"

F.Nietzsche (Lettera a E. Nietzsche, 11 giugno 1865)
postato da: VictorEvelyn alle ore 18:47 | link | commenti | commenti
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martedì, 30 dicembre 2008

ALLEVI FUORI DAI PIEDI
VIVA UTO UGHI


UTO UGHI ATTACCA ALLEVI DICHIARANDO CHE:

“IL SUO SUCCESSO MI OFFENDE. UN NANO IN CONFRONTO A HOROWITZ O A RUBINSTEIN” – “non bisogna stancarsi di ricordare che Zucchero non è Beethoven”…

Sandro Cappelletto per "La Stampa"

 

Che spettacolo desolante! Vedere le massime autorità dello Stato osannare questo modestissimo musicista. Il più ridicolo era l'onorevole Fini, mancava poco si buttasse in ginocchio davanti al divo». Uto Ughi non ha troppo apprezzato il concerto natalizio promosso dal Senato della Repubblica che ha avuto come protagonista il pianista Giovanni Allevi.

Il nostro violinista lo ha ascoltato - «fino alla fine, incredulo» - dalla sua casa di Busto Arsizio e ne è rimasto «offeso come musicista. Pianista? Ma lui si crede anche compositore, filosofo, poeta, scrittore. La cosa che più mi dà fastidio è l'investimento mediatico che è stato fatto su un interprete mai originale e privo del tutto di umiltà. Il suo successo è il termometro perfetto della situazione del Nostro Paese: prevalgono sempre le apparenze».

Che cosa più la infastidisce di Allevi: la sua musica, le sue parole?
«Le composizioni sono musicalmente risibili e questa modestia di risultati viene accompagnata da dichiarazioni che esaltano la presunta originalità dell'interprete. Se cita dei grandi pianisti del passato, lo fa per rimarcare che a differenza di loro lui è "anche" un compositore. Così offende le interpretazioni davvero grandi: lui è un nano in confronto a Horowitz, a Rubinstein. Ma anche rispetto a Modugno e a Mina. Questo deve essere chiaro».

Come definire la sua musica?
«Un collage furbescamente messo insieme. Nulla di nuovo. Il suo successo è una conseguenza del trionfo del relativismo: la scienza del nulla, come ha scritto Claudio Magris. Ma non bisogna stancarsi di ricordare che Beethoven non è Zucchero e Zucchero non è Beethoven. Ma Zucchero ha una personalità molto più riconoscibile di quella di Allevi».

C'è più dolore che rabbia nelle sue parole.
«Mi fa molto male questo inquinamento della verità e del gusto. Trovo colpevole che le istituzioni dello Stato avvalorino un simile equivoco. Evidentemente i consulenti musicali del Senato della Repubblica sono persone di poco spessore. Tutto torna: è anche la modestia artistica e culturale di chi dirige alcuni dei nostri teatri d'opera, delle nostre associazioni musicali e di spettacolo a consentire lo spaventoso taglio alla cultura contenuto negli ultimi provvedimenti del governo. Interlocutori deboli rendono possibile ogni scempio, hanno armi spuntate per fronteggiarlo».

Che opinione ha di Allevi come esecutore?
«In altri tempi non sarebbe stato ammesso al Conservatorio».

Lui si ritiene un erede e un profondo innovatore della tradizione classica.
«Non ha alcun grado di parentela con la musica che chiamiamo classica, né con la vecchia né con la nuova. Questo è un equivoco intollerabile. E perfino nel suo campo, ci sono pianisti, cantanti, strumentisti, compositori assai più rilevanti di lui».

Però è un fenomeno mediatico e commerciale assai rilevante.
«Si tratta di un'esaltazione collettiva e parossistica dietro alla quale agisce evidentemente un forte investimento di marketing. Mi sorprende che giornali autorevoli gli concedano spazio, spesso in modo acritico. Anche Andrea Bocelli ha un grande successo, ma non è mai presuntuoso quando parla di sé. Da musicista, conosce i propri limiti».

Allevi è giovane. Non vuole offrirgli qualche consiglio?
«Rifletta tre volte prima di parlare. Sia umile e prudente. Ma forse non è neppure il vero responsabile di quello che dice».

C'è un aspetto quasi messianico in alcune sue affermazioni, in questa autoinvestitura riguardo al proprio ruolo per il futuro della musica.
«Lui si ritiene un profeta della nuova musica, parla come davvero lo fosse. Nuova? Ma per piacere!».

Ma come interpretare questo suo oscuro annuncio: «La mia musica avrà sulla musica classica lo stesso impatto che l'Islam sta avendo sulla civiltà occidentale?»
«Evidentemente pensa che vinceranno Allevi e l'Islam. Vi prego, nessuno beva queste sciocchezze».

 

 

 

Per inciso riportiamo la risposta di Allevi al maestro Ughi

(si noti che la mancanza d'argomenti viene colmata da inutili presunzioni da primo della classe, da vuote e scontate - se non inappropriate - citazioni filosofiche - sapientemente inserite in un contesto new age, da patetici sentimentalismi e da "ripicche infantili" - cit. Quell'autografo per me non vale più nulla - cosa pensi gliene freghi al maestro ughi?)

 

IL “NANO” ALLEVI RISPONDE PER LE RIME AL MAESTRO UGHI, COME HA POTUTO FARMI QUESTO? COME HA POTUTO SPUTARMI ADDOSSO TANTO VELENO (“IL SUO SUCCESSO MI OFFENDE”)? - LEI SI RITIENE OFFESO, E DI COSA? LEI FA PARTE DI UNA CASTA CHE CASTRA…

Lettera di Giovanni Allevi a La Stampa

Sono uscito dal Senato alle 15.30, con in tasca una cravatta rossa. Me l'ha regalata un bambino, che era venuto con i genitori per assistere al concerto: «Tienila Giovanni, è tua. L'ho messa per te, per la prima volta in vita mia». Fuori, con mia grandissima sorpresa, ho trovato una grande folla radunata davanti Palazzo Madama, per salutare me e i professori d'orchestra.

Ecco, Maestro Ughi, queste sono le immagini indelebili, che resteranno scritte nel mio cuore, indissolubilmente legate a quel concerto. Ora, proprio su questo tavolino, c'è un foglietto spiegazzato con sopra un autografo. Certo, in questi ultimi anni ho avuto l'onore di firmarne tanti. Ma quello che ho qui con me, l'ho voluto io.

È l'unico autografo che abbia mai chiesto a un artista. Quella sera di dieci anni fa, me ne tornai al mio monolocale da una gremita Sala Verdi del Conservatorio di Milano, con in tasca quel foglietto, come fosse un gioiello. Non era stato facile nemmeno raggiungere il camerino dell'artista, per un nessuno come me, un anonimo studente in Composizione. Io non avevo amicizie influenti, a stento arrivavo alla fine del mese, affrontavo grandi sacrifici per diplomarmi in Composizione e il biglietto del concerto l'avevo pagato. Ma ora avevo l'autografo di uno dei più valenti violinisti del mondo: lei, Maestro Ughi.

Come ha potuto farmi questo? Come ha potuto sputarmi addosso tanto veleno, proprio il giorno della Vigilia di Natale? Lei si ritiene offeso, e di cosa? Come fa una musica a offendere, se è scritta e suonata con tutta l'anima? Una musica strumentale senza parole?

Secondo lei, io non sarei degno di essere ammesso in Conservatorio. In realtà vi ho trascorso i miei migliori anni preparandomi a diventare, con cura, impegno e passione, un compositore di musica contemporanea. Sono diplomato in Pianoforte con 10/10. Sono diplomato in Composizione col massimo dei voti. Ho pubblicato le mie partiture musicali.

Sono un dottore in Filosofia, laureato con Lode e ho pubblicato i miei scritti. Il mondo della musica classica è malato. Lei è uno dei pochissimi che è riuscito a viverlo da protagonista, ma forse non immagina cosa vuol dire studiare anni e anni uno strumento musicale per arrivare, sì e no, a insegnare in una scuola privata.

E così, a spartirsi la torta del potere musicale sono in pochi, una casta, impegnata a perpetrare la propria concezione dell'arte e la propria esistenza. È una lobby di potere fatta di protettori e protetti, nascosti nelle stanze di palazzi per molti irraggiungibili. Dalla casta emerge sempre lo stesso monito: «La gente è ignorante, noi siamo i veri detentori della cultura».

Ma proprio nelle aule del Conservatorio, analizzando le partiture dei grandi del passato, e confortato dal pensiero di Hegel nella Fenomenologia, ho maturato il convincimento che ogni epoca abbia diritto alla sua musica. Perché costringere il pubblico del nostro tempo a rapportarsi solo a capolavori concepiti secoli fa, e perdere così l'occasione di creare una musica nuova, verace espressione dei nostri giorni, che sia una rigorosa evoluzione della tradizione classica europea?

La musica cosiddetta «contemporanea», atonale e dodecafonica, in ogni caso non è più tale, perché espressione delle lacerazioni che agitavano l'Europa in tempi ormai lontani. Ecco allora il mio progetto visionario. È necessario uno sforzo creativo a monte, piuttosto che insistere solo sull'educazione musicale, gettando le basi di una nuova musica colta contemporanea, che recuperi il contatto profondo con la gente. Ho provato a farlo, con le mie partiture e i miei scritti. È stato necessario.

Ci sono voluti altri dieci anni, oltre i venti di studi, e il risultato, per nulla scontato, è stato deflagrante: il pubblico, soprattutto giovane, è accorso ai miei concerti, di pianoforte solo o con orchestra sinfonica, come fossero eventi rock, a Roma e a Milano come a Pechino, New York e Tokyo. Quella musica parla al cuore ma il suo virtuosismo tecnico e soprattutto ritmico richiede esecutori di grande talento.

È una musica colta che non può prescindere dalla partitura scritta e che rifiuta qualunque contaminazione, con le parole, con le immagini, con strumenti musicali e forme che non siano propri della tradizione classica. Centinaia di giovani mi scrivono che, sul mio esempio, sono entrati in Conservatorio per studiare uno strumento o per intraprendere la via creativa della composizione.

Come la storia dell'Estetica musicale insegna, in tutte le epoche ogni idea nuova ha dovuto faticare per affermarsi, divenendo poi, paradossalmente, la «regola» per i posteri. Quello che è certo è che quando il nuovo avanza fa sempre paura. Da amante di Hegel, quindi, sapevo benissimo che l'ondata di novità avrebbe mandato in crisi il vecchio sistema e che i sacerdoti della casta, con i loro adepti, non potendo riconoscere su di me alcuna paternità, avrebbero messo in atto una criminale quanto spietata opera di «crocifissione di Allevi».

«Il suo successo mi offende...», «Le composizioni sono musicalmente risibili...», «È un nano...», ma l'assunto più grave che circola è: «Allevi approfitta dell'ignoranza della gente, attraverso una furba operazione di marketing». Niente di più falso! La mia è una musica classica, perché utilizza il linguaggio colto, la cui padronanza è frutto di anni di studio accademico. La mia è una musica nuova perché contiene quel sapore, quella sensibilità dell'oggi, che nessun musicista del passato poteva immaginare.

«Ogni mattina, quando si leva il sole, inizia un giorno che non ha ancora mai vissuto nessuno», afferma il teologo David Maria Turoldo. La mia non è una musica pop, perché non contempla alcun cantante, alcuna chitarra elettrica e batteria e non usa la tradizione orale, o una scrittura semplificata come mezzo di propagazione.

Non c'è alcuna macchinazione, tutto è assolutamente limpido e puro: le persone spontaneamente hanno scelto di seguirmi. Ma bisogna smettere di ritenere ignorante la gente «comune». Il pubblico cui si rivolgeva Mozart nel XVIII secolo era forse più colto del nostro? Mai in Italia ci sono stati tanti studenti di musica come in questi tempi.

Se la mia musica l'avesse infastidita, Lei poteva semplicemente cambiare canale. E invece, esprimendo un parere del tutto personale, si è voluto erigere a emblema di un mondo ferito, violento e cieco.

Non sono un presuntuoso, semmai un sognatore, e la mia musica, assieme alle mie intuizioni estetiche, non hanno mai voluto offendere nessuno. Io, a differenza di lei, non ricopro nessun ruolo istituzionale, non ho fatto intitolare nessun Festival a mio nome, non ho potere alcuno nel cosiddetto «mondo della musica», ma ciononostante mi si accusa di essere in un luogo, il cuore di centinaia di migliaia di persone, dove altri vorrebbero essere

Alla luce delle sue parole, sembra paradossale che lei sia Presidente dell'Associazione «Uto Ughi per i giovani». Il grande Segovia diceva: «I giovani compositori hanno fatto la mia fortuna, io la loro». Invece Lei ha scelto la via facile dell'ostruzionismo, dall'alto della sua conclamata notorietà. Quel suo autografo che ho sempre conservato gelosamente, dopo tanti anni, per me ora non conta più niente.


 

postato da: VictorEvelyn alle ore 14:41 | link | commenti | commenti
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sabato, 20 dicembre 2008

Questo dimostra che Jim Morrison era un coglione senza pari (dico come si fa ad idolatrare un idiota del genere?)

JIM MORRISON IMPROVVISA UN ODE A NIETZSCHE
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sabato, 20 dicembre 2008

Intervista a Salvatore Settis

ASCOLTATELO


Intervista a Salvatore Settis


postato da: VictorEvelyn alle ore 00:37 | link | commenti | commenti
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Utente: VictorEvelyn
Nome: Andrea Luigi Mazzola

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